venerdì 15 maggio 2015

Il genio dell'abbandono - Wanda Marasco





Ambientato principalmente a Napoli tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, Il genio dell'abbandono è il ritratto che si fa romanzo di un importante artista dell'epoca, Vincenzo Gemito.

Rompendo un po' lo schema tipico delle recensioni di questo blog, occorre prima di tutto prendere in considerazione l'elemento più forte del romanzo: la lingua. Wanda Marasco costruisce il romanzo a partire da un sapiente e molto credibile recupero del napoletano dell'epoca, che contamina l'italiano regalando grande espressività al racconto e consistenza ai suoi protagonisti. L'uso del dialetto non è mai decorativo o accessorio, ma è a mio parere addirittura strutturale per l'intero romanzo: gli eventi, i pensieri, i personaggi sono scolpiti con questa lingua, e la lingua è sedimento di una cultura popolare, di una filosofia di vita e una realtà precisa. Da questo punto di vista la Marasco a ricollocato lo stile e la lingua all'interno degli elementi portanti del romanzo, non credo semplicemente per una maggiore aderenza alla realtà, quindi per un esasperato realismo, ma soprattutto per poter comunicare qualcosa del personaggio Gemito che sarebbe stato impossibile da rendere diversamente. Del resto Vincenzo Gemito è molto lontano dall'immagine dell'artista etereo di alta levatura culturale. Come emerge dalla sua vita, la sua ispirazione artistica nasce dall'osservazione della realtà, unita a una conoscenza dei grandi modelli della scultura (dalla scultura classica a Michelangelo) appresa non di certo sui libri ma dall'esperienza di bottega. La lingua è l'elemento del romanzo che catalizza maggiormente l'attenzione del lettore, questo, a mio parere, potrebbe in alcune occasioni essere un problema: la sua forza ammaliatrice distrae dal contenuto del romanzo, che non è sempre così interessante, bene esposto e originale. Si avverte un certo disequilibrio tra gli strumenti della Marasco e il risultato finale, il romanzo in sé.

Un merito dalla Marasco è quello di aver cercato, almeno inizialmente, di allontanarsi dal solito romanzo storico – biografico che segue la vita del protagonista dalla nascita alla morte. L'espediente più interessante è sicuramente stato quello di far cominciare il romanzo con l'episodio della fuga di Vincenzo Gemito dalla clinica psichiatrica dove era stato ricoverato dalla sua famiglia dopo una serie di accessi d'ira. La scelta è funzionale nel mettere in evidenza lo stretto legame tra ispirazione artistica e la follia: Gemito appare fin dall'inizio del romanzo come un personaggio tormentato, un artista che ha conosciuto la fama e il rispetto per il suo lavoro, ma anche la disperazione della miseria e uno smarrimento interiore che lo segna fin dalla nascita. Gemito è un orfano, un figlio di nessuno, e in questa condizione sembra risiedere il germe della sua pazzia ma anche del suo talento. Il genio dell'abbandono, un nume, un destino che lo accompagna, lo trascina tra gli alti e bassi della vita.

W. Marasco, Il genio dell'abbandono,
Neri Pozza 2015, 352 pagine.
Una volta scappato dal manicomio, dunque, Gemito torna a casa, si rinchiude. In questo assoluto isolamento domestico, Gemito riprende confidenza con il suo mestiere, con il disegno e la scultura, realizza un suo autoritratto. E questo autoritratto non può che essere il romanzo stesso che da quel punto in avanti ripercorre la vita di Vincenzo Gemito fin dai primi drammatici momenti dell'abbandono. Questa soluzione narrativa per introdurre un'analisi retrospettiva del personaggio è molto interessante, tuttavia da qui in avanti il romanzo si svolge in modo piuttosto tradizionale e lineare. Wanda Marasco ha sicuramente svolto un lavoro di documentazione accurato sia su Gemito che sul periodo storico, tutto questo materiale è stato inserito nel testo, non senza qualche forzatura e, soprattutto, ridondanza. Abbondano i personaggi secondari, alla ricerca di una ricostruzione biografica alle volte troppo pedante. In altre occasioni, invece, la Marasco accelera e compendia gli avvenimenti con risultati che hanno più il sapore di una cronaca che di un romanzo. L'ellissi è una pratica purtroppo poco frequentata dalla scrittrice: si sarebbero infatti potuti isolare alcuni episodi, trovando il modo di raccordarli tra loro più efficacemente.

Piuttosto riuscita è invece la scelta di inserire della narrazione delle parti in prima persona dove è lo stesso Gemito ad analizzare e raccontare la sua vita; in questi l'uso del dialetto si fa più vivo e sistematico, sono tra le pagine più intense del libro. L'impressione generale non è però delle più convincenti: da una parte c'è un tentativo di non ridurre il romanzo a una biografia esatta, dall'altra i mezzi utilizzati per ottenere questo non sempre sono efficaci e spesso si ricade proprio in quel tipo di narrazione. Il romanzo della Marasco purtroppo verrà ricordato non come Il genio dell'abbandono ma come Il romanzo su Vincenzo Gemito. Credo che sia abbastanza evidente la differenza.

Entrando nel merito del contenuto del romanzo, al di là sella sua struttura e delle qualità di scrittura della sua autrice, non si può non chiedersi che idea dell'arte e dell'essere artista emerga da un libro che ha significativamente il titolo Il genio dell'abbandono, che allude a una sorta di destino, di marchio che caratterizza Gemito come uomo e come artista. Il binomio arte e follia, con tutta una serie di ambiguità e luoghi comuni, non è propriamente tra i temi più originali, anche dovendo riconoscere che nel caso di Gemito è un dato biografico autentico e imprescindibile. L'insistenza che nel romanzo c'è su una sorta di predestinazione di Gemito, o peggio che l'abbandono sia stato il trauma dal quale è nato il genio dell'artista, mi sembra però un'interpretazione dell'essere artista davvero troppo banale e romanzata, anche per stare in un romanzo.  




Se avevano puntato il dito, a caso, su una pagina della Bibbia, a caso, per scegliere un cognome, e questo dito era capitato sulla parola 'Genito', che significava nato, procreato, ora ci stava l'errore che fungeva da destino, perché 'Gemito' voleva dire dolore, e questo dolore, capolavoro del fato, non l'aveva forse seguito da sempre?

La descrizione degli anni passati da Gemito nella botteghe di altri artisti e, in generale, il contatto con i grandi modelli e maestri del passato, sono molto più interessanti. Non mancano poi riflessioni sull'arte più profonde, specie su quella particolare abilità di gemito di unire alla ripresa del classico la ricerca di realismo. A proposito, noto purtroppo, ma potrebbe essere davvero una sensazione molto personale, una poca attenzione all'opera dell'artista Gemito, alla sua descrizione e alla resa visiva e tattile. Le opere sono sempre vagamente descritte, spesso ridotte a didascalie museali senza materia o oggetti per committenti; la scrittura della Marasco non è in questo sufficientemente evocativa. Nessuno naturalmente pretende descrizioni accurate, non è il testo di un catalogo di una mostra, ma sottrarre all'opera di un artista, di uno scultore soprattutto, ogni tipo di consistenza materica, impoverisce molto il romanzo.

Molto intenso è invece il modo con cui l'autrice affronta le ripercussioni della personalità distruttiva e travolgente di Gemito, in particolare sulla famiglia e le donne che lo hanno accompagnato nella sua vita. Il genio come infezione e benedizione, miseria e grandezza.

Gemito manipolava arte, furore, malattia e vite degli altri. Vicienzo infettava a tutti i livelli.

La punta di originalità del romanzo risiede proprio nel descrivere gli effetti del genio sugli affetti e la famiglia, di indagare non solo ciò che la follia e il genio di Gemito abbiano provocato nella sua persona ma anche in ciò che lo circonda.


In conclusione, Il genio dell'abbandono è un romanzo che ha la grande fortuna di avere al centro un personaggio decisamente interessante ed enigmatico, una figura dalla sensibilità artistica già novecentesca ma ancora profondamente legato al XIX secolo, alla tradizione e a un canone estetico classico. Questo riesce a emergere a sprazzi dal romanzo, che tuttavia risulta in alcuni casi poco intrigante e confusionario. L'attenzione alla veste linguistica riservata dalla Marasco è meritoria ma rischia di sostituire, e in alcuni casi soffocare, la narrazione non sempre impeccabile.

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