domenica 3 maggio 2015

Collezione aprile 2015







Tra le letture del mese non posso non iniziare da un classico che finalmente mi sono degnato di leggere: I Malavoglia di Giovanni Verga. Ebbene sì, non l'avevo mai letto. Credo di aver fatto bene a lasciarlo stare per molti anni, richiede una certa maturità per essere apprezzato, e il mio pensiero vola a tutti gli studenti torturati con questo romanzo nelle scuole di ogni ordine e grado del nostro beneamato regno. Non è stata una lettura estremamente coinvolgente, mi ha catturato di più la tecnica narrativa, la costruzione del romanzo attraverso le voci dei suoi personaggi, i fili invisibili con cui l'autore manovra l'intera vicenda tra destino e responsabilità umana. Sicuramente tutto questo non è poco, anzi, basta e avanza per consigliare a tutti di provare a leggere I Malavoglia, ma mi aspettavo qualcosa che mi segnasse di più.


Un discorso analogo posso fare per L'isola del tesoro di Robert Luis Stevenson. Il romanzo è stato per generazioni una lettura obbligata per ogni bambino, io però non ho mai avuto l'occasione di leggerlo durante l'infanzia. Sarà che, dopo essermi sparato in quinta elementare la trilogia del Corsaro Nero di Emilio Salgari, avevo paura che qualche altro romanzo sul tema potesse rovinarmi quello splendido ricordo. Credo però di essere davvero arrivato fuori tempo massimo per la prima lettura dell'Isola del tesoro. Non che non mi sia piaciuto, ma mi aspettavo molto di più. Una mezza delusione soprattutto la parte centrale e finale, l'avventura vera e propria è davvero troppo stringata! Il personaggio di Long John Silver è comunque memorabile, per le sue ambiguità e il suo carisma.
Una piccola annotazione sulla lingua. Io ho letto il testo nella nuova traduzione di Massimo Bocchiola per Einaudi, ma credo che valga per ogni edizione integrale dell'opera: rispetto ai libri per ragazzi in circolazione oggi, probabilmente il libro di Stevenson è molto più ostico, c'è linguaggio specialistico, una patina storica precisa, in alcuni punti uno stile volutamente grottesco o comunque c'è un registro variabile. Proprio per questo è un libro che deve essere proposto a dei ragazzi, forse oggi troppo abituati a libri eccessivamente calibrati in ogni fascia di età, letteratura omogeneizzata. Un bambino non può sapere termini specifici marinareschi? Esistono bellissimi dizionari per ragazzi, esistono i genitori, esistono i maestri, esiste la fantasia che ti fa tranquillamente superare tutte queste difficoltà. Ancora oggi ricordo con grande emozione quando, tra le pagine del Corsaro Nero, mi imbattei in una creatura straordinaria descritta da Salgari, il lamantino, e credo tutt'ora di immaginarmelo così come me l'ero immaginato allora! Insomma, probabilmente per chi lo ha letto precocemente è un romanzo insostituibile, in quest'occasione per me non lo è stato. Finché siete in tempo leggetelo, o ficcatelo sotto il naso a fratellini, figli, nipoti o bambini a caso.


Non so se capita solo a me, ma ci sono libri che proprio non capisco. Non capisco cosa sto leggendo, l'intreccio, i rapporti tra i personaggi. Mi è successo con Democracy di Joan Didion. Avevo aspettative altissime, non vedevo l'ora di far entrare la Didion nell'Olimpo dei miei scrittori preferiti. E invece no. Vagamente ho capito che è principalmente la storia di Inez, moglie di un senatore degli Stati Uniti, una donna dalla vita apparentemente perfetta che nasconde però tanta amarezza, nei rapporti con il marito, con la sua famiglia e i figli. Nella sua vita, costantemente sotto i riflettori, entra prepotentemente la politica e la storia americana dei travagliati anni 70. In verità di tutto questo ho capito molto poco, e questo è in parte colpa della scrittura della Didion che, con il piglio giornalistico che la contraddistingue anche nei suoi romanzi, infarcisce il racconto con nomi, cognomi, personaggi secondari, ricostruzioni, fatti e dettagli cronologici, ipotesi, testimonianze, interventi diretti dell'autrice. Trovo comunque interessante il modo in cui la Didion costruisce il romanzo: come un'inchiesta giornalistica in cui si aggiungono e sovrappongono sempre nuovi dettagli fino a completare il quadro; ma io non ho retto, richiede una concentrazione che io non ho avuto. La Didion avrà sicuramente altre occasioni.


Il libro di recente pubblicazione che ho letto questo mese è Il genio dell'abbandono di Wanda Marasco. Non vorrei dilungarmi qui perché credo di far uscire a breve un articolo apposito. Si tratta di un romanzo incentrato sull'artista italiano Vincenzo Gemito, vissuto tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. I temi di massima sono quelli dell'ispirazione artistica, dell'essere artista e della stretta correlazione tra follia e genio. Il romanzo è poi notevole per il sapiente lavoro linguistico, con inserzioni di parole ed espressioni di dialetto napoletano, che sicuramente restituiscono un'atmosfera autentica e affascinante all'intera vicenda. Il romanzo non è male, ma ha, secondo me, anche molti difetti. Non brilla per originalità e non mi ha lasciato un granché.


Continua invece il mio recupero di Goffredo Parise, un autore che mi sta sorprendendo sempre di più. Il padrone è un romanzo assolutamente particolare, credo che nel panorama della letteratura italiana del Novecento si qualcosa di insolito. Il romanzo è un'amarissima riflessione o allegoria del lavoro dipendente, dell'azienda come sistema e come organizzazione sociale, come ragione di vita e perno dell'esistenza sia per i padroni che per i lavoratori. L'azienda disegnata da Parise ha come modello il Castello di Kafka. Tra gerarchie, uomini ridotti alle loro funzioni, luoghi desolati, il senso stesso del lavoro si dissolve. Non è più importante per cosa si lavora ma il lavoro stesso, la devozione verso l'azienda, verso un padrone che viene sempre più ad assumere i tratti di una divinità imperscrutabile. I personaggi di Parise sono fantasmi grotteschi, agiscono in modi inspiegabili e misteriosi; l'atmosfera è soffocante e carica di angoscia, il finale spietato. É un romanzo notevole e potente, Parise dimostra ancora una volta come la sua scrittura riesca a essere pacata e lucidissima. Riesce a rendere plausibile e reale ciò che invece ha in contorni di un incubo. Il padrone di Parise è assolutamente consigliato.




2 commenti:

  1. La Didion mi è stata consigliata, ma non so se possa fare al caso mio... Forse inizierei da "Diglielo da parte mia".

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    1. Io credo che prima o poi della Didion leggerò Verso Betlemme, che a quanto pare è un vero classico del giornalismo americano, chissà che in testi non romanzati mi piaccia di più.

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