martedì 6 gennaio 2015

Collezione dicembre 2014



Velocissimo resoconto delle letture di dicembre. È stato un mese di letture piuttosto strane, ma è risaputo: tutte le letture sono strane, ognuna è strana a modo suo.



Gli anelli di Saturno è un libro con un titolo bellissimo, su questo credo si posa essere tutti d'accordo. Io mi sono perdutamente innamorato di questo titolo tanto da voler leggere questo libro solo per quello, alla faccia di ogni tentativo di mantenere una parvenza di ragionevolezza nello scegliere di volta in volta le mie letture. In verità l'occasione per leggerlo si è presentata dopo aver letto un interessante articolo sui più significativi titoli di narrativa non-fiction. Questo libro narra il viaggio dell'autore stesso nell'Inghilterra meridionale, durante questa narrazione sono incastonate una miriade di storie, memorie e ritratti che vengono di tanto in tanto evocati dal paesaggio e dagli incontri durante il percorso. Spiegare questo libro è davvero difficilissimo, per me resta in gran parte un testo enigmatico ma molto affascinante. Uno dei fili conduttori è sicuramente la memoria, soprattutto il suo inesorabile degradarsi. Così i paesaggi di un tempo più o meno remoto si modificano; del passato restano labili tracce, un rudere, una villa abbandonata, un villaggio mangiato dal mare, residui di una storia locale dimenticata. Ne Gli anelli di saturno c'è però molto altro, c'è soprattutto la magia dell'affabulazione che apparentemente non ha una direzione, ma riesce a stregare il lettore ugualmente. Da provare e da rileggere, per capirlo di più.



Il mare non bagna Napoli è una delle più note opere di Anna Maria Ortese. È un raccolta di racconti che, pensate un po', sono ambientati nella ridente città partenopea. Ridente un corno! La Napoli della Ortese è scurissima, un logo di degenerazione e caos. Ma non aspettatevi la solita descrizione patetica e realistica della miseria popolare, come magari potreste pensare prima di leggere questo racconti. In verità la Ortese riesce ad unire in modo davvero particolare la descrizione meticolosa dei luoghi e delle realtà in cui si svolge la narrazione, ad un uso sapiente del irreale, che si fa di volta in volta allegoria, incontri impossibili, coincidenze, storie che sintetizzano il destino di un intera città, trasfigurata dalle lenti della scrittrice. Proprio le lenti di un paio di occhiali sono al centro del primo racconto, vera chiave interpretativa di tutta la raccolta: l'emozionante attesa di una bambina di poter finalmente indossare gli occhiali e vedere nitidamente il mondo che la circonda comporterà un dolore insostenibile. La Ortese ha una prosa raffinata ed espressiva, a tratti disturbante. Da approfondire.



Redeployment è la recentissima raccolta di racconti di Phil Klay, che con questa ha vinto il National Book Award 2014. Klay, prima di darsi alla scrittura, è stato un soldato americano impegnato per lungo tempo in Iraq. La vita militare e l'esperienza diretta dai territori di guerra sono i nuclei narrativi dell'intera raccolta. Per quanto mi riguarda è stata una lettura piuttosto particolare perché raramente mi sono imbattuto il libri dove la realtà viene sbattuta in faccia al lettore con tale violenza. I racconti sorprendentemente propongono una grande varietà di punti di vista e situazioni e l'autore dimostra grande intelligenza nel saper accompagnare ad ogni storia, ogni personaggio, uno stile differente. Ci sono testi dove si percepisce maggiormente l'umanità dei protagonisti con tutte le sfumature delle forti emozioni provate, ci sono racconti dove predomina invece il freddo linguaggio militare fatto di acronimi e modelli di comportamento standardizzati, dove il coinvolgimento umano è ridotto al minimo. L'aspetto che mi preme sottolineare è che Redeployment ha un'identità letteraria da scoprire e non può essere ridotto a una sorta di diario di guerra o testo ideologico pro o contro l'impegno militare in Medio Oriente. In Redeployment vengono presentati con una certa cura aspetti contrastanti di un mondo che probabilmente visto da fuori si colora di stereotipi, preconcetti sia in senso celebrativo che denigratorio. Anzi, forse l'aspetto più pesante e difficile da elaborare per il lettore è proprio constatare la pressione ideologica a cui è sottoposta la professione del militare, l'assurdità di certi meccanismi mentali generati negli ambienti militari che trasformano la guerra e la morte, di volta in volta, in un gioco, in una competizione. Insomma, non cercate in questo libro una condanna e nemmeno una celebrazione, c'è qualcosa di più sottile da scoprire. Lasciando da parte i temi di fondo, i racconti si mantengono quasi tutti sullo stesso livello, non ci sono picchi particolari; forse alla lunga pecca un po' di ripetitività nonostante lo sforzo nella variazione di cui si è parlato. Molto buoni i numerosi dialoghi, davvero convincenti.

Scrivendo queste poche righe di commento mi è venuto in mente che qualcuno potrebbe lamentare la mancanza del punto di vista opposto, cioè delle popolazioni irachene o afgane; in verità io non credo sia un problema, anzi, trovo che in letteratura inseguire il politically correct a tutti i costi sia insensato (si richiede alla letteratura ciò che non si richiede alla società e alla politica ?!?!). Si può chiedere a un libro di essere accomodante, in perfetto equilibrio e completezza assoluta, o è più interessante un gioco di prospettive a distanza, magari tra autori e opere diversi? Se avete qualche idea in proposito, non esitate a lasciare un commento!


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