sabato 13 settembre 2014

Morte di un uomo felice - Giorgio Fontana



Morte di un uomo felice


Morte di un uomo felice si apre con una parola pesante: vendetta. Nello specifico la vendetta che vuole un bambino che ha appena perso il padre, politico democristiano nella Milano degli anni Ottanta, in un attentato organizzato da una cellula terroristica legata alle Br. A cercare di dare risposta a questo appello di vendetta c'è il magistrato Giacomo Colnaghi, protagonista del romanzo: uomo con una profonda e sincera fede, riflessivo, sofferente per questa stagione di terrore che non accenna a finire. Colnaghi, come ci si attende, è un uomo di stato integerrimo; ma allo stesso tempo vive un certo dissidio tra il ruolo che deve coprire quotidianamente e i suoi ideali. Colnaghi in fondo comprende l'esigenza di cambiamento e di protesta, purtroppo macchiata dall'omicidio e la violenza delle frange più estreme. La vicenda che vede protagonista Giacomo viene ogni tanto interrotta da alcuni capitoli dedicati a suo padre, che aderì alla resistenza e morì durante una missione quando Giacomo e sua sorella erano molto piccoli.

Il romanzo, come spero di aver dimostrato in questo riassunto molto compatto, mette sul fuoco tantissimi elementi e sviluppi potenziali. Già questo è abbastanza strano per un romanzo piuttosto breve; ma il problema fondamentale è che alla densità di spunti narrativi non corrisponde un romanzo sostanzioso, anzi! Inizialmente si ha la sensazione che al centro di Morte di un uomo felice ci sia l'indagine a seguito dell'attentato, in verità questa pista si rivela solo un labile pretesto narrativo volto a catturare nelle prime pagine l'attenzione del lettore. Non è poi portato avanti con coerenza e recisione, non c'è indagine, Colnaghi e la sua squadra fondamentalmente non fanno niente, sono figurine statiche che riflettono dei massimi sistemi e il caso si risolve senza una benché minimo traccia di acume investigativo. E pensare che è la stessa sinossi parla di inchiesta complessa e articolata! Specchietto per le allodole per garantirsi quattro lettori in più, traditi dal formato del romanzo Sellerio: piccoletto, smilzo, dall'inconfondibile copertina blu scuro, che fa tanto Montalbano (commento troppo cattivo?).

G. Fontana, Morte di un uomo felice,
Sellerio 2014, pp. 261.
Forse allora il vero cuore del romanzo è l'ambientazione storica, quindi una riflessione, uno squarcio, su un momento delicato e oscuro della storia italiana. Giorgio Fontana non dimostra di avere l'abilità necessaria per poter creare un'atmosfera storica convincente, figuriamoci per fornire una chiave di lettura originale e di peso. Il romanzo è costellato da piccoli riferimenti all'epoca storica in cui è ambientato: il cantante in voga del momento, il fatto di cronaca, qualche oggetto iconico del periodo e così via. Tutti questi dettagli risultano però incoerenti e assolutamente insufficienti per restituire la giusta atmosfera; Fontana ha sicuramente fatto le sue ricerche ma questo non basta. Che dire poi degli innumerevoli episodi in cui l'autore sente il bisogno di segnalare, peggio di un navigatore satellitare, gli spostamenti dei personaggi elencando lunghe serie di nomi di vie? Non si conferisce realismo e verisimiglianza al romanzo ricostruendo una piantina di Milano!

L'unico elemento che potrebbe avere un qualche valore è l'accostamento tra il presente di Colnaghi e le vicende del padre partigiano. E' chiaro come questo sia un campo molto scivoloso: si vuole forse suggerire un confronto sul tema della lotta tra queste due epoche? Si vuole rilevare le differenze, smantellando l'uso retorico dei brigatisti della parola partigiano? Tutte domande lecite e importanti. Peccato che nulla di tutto questo venga portato fino in fondo nel romanzo. Mi sorge il dubbio, ma si sa che sono perfido e malizioso, che questo pescare dalla storia italiana, specie richiamando la letteratura resistenziale, sia piuttosto un'operazione finalizzata a blindare il romanzo su temi che nessuno oserebbe mai criticare, temi su cui creare facile consenso e sicuro interesse. Si sa, ci sono argomenti che funzionano sempre. Anche senza voler pensare male, i flashback nella storia del padre sono scialbi e trascurabili.

Resta allora un'ultima possibilità di interpretazione del romanzo: ancora una volta mi viene in aiuto la sinossi ricordandomi la profonda inquietudine del protagonista. In effetti la piega introspettiva sembra essere più persistente e coerente in tutto il romanzo. Non è del tutto trascurabile il modo con cui viene descritto il conflitto interiore tra Colnaghi come uomo profondamente cattolico e magistrato, quindi personificazione della giustizia e del potere, e il Colnaghi più aperto al cambiamento. Il grande limite di Giorgio Fontana è che non riesce fino in fondo a far incarnare questo dissidio nel personaggio: a ben guardare tutti i personaggi discutono moltissimo di cosa sono, da che parte stanno, in cosa credono, della loro idea di giustizia, applicano di continuo etichette politiche e ideologiche. Ma cosa penetra di tutte queste parole nei loro gesti e nei loro pensieri? Molto poco. Limitandoci anche solo al protagonista, il risultato è un personaggio del tutto dimenticabile, senza sostanza.


Morte di un uomo felice, da qualsiasi prospettiva si legga, nonché nella sua globalità, è un romanzo a mio parere senza carattere e trascurabile. Qui non si tratta di dover per forza incasellare Morte di un uomo felice in un genere, non è un problema un romanzo composito, ma l'opera di Fontana ammicca di qua e di là non portando a conclusione niente. Non ci sono particolari punti di pregio e nemmeno parti del tutto illeggibili: il risultato è un romanzo monotono e piatto. Di certo non aiuta la scrittura di Giorgio Fontana: eccessivamente ripetitiva, le frasi sono costruite secondo tre o quattro moduli ricorrenti, non c'è uno scarto nel ritmo, non c'è variazione, tutto scorre con la stessa velocità, ho trovato orrendo l'uso della punteggiatura. Una scrittura sciatta che si spaccia per sobria ed essenziale, ma che, non c'è niente da fare, è solo sciatta.


In conclusione direi che non ci sono grandi motivi per cui valga la pena procurarsi questo libro. Anzi, probabilmente l'unico motivo è la fascetta che ricorda che il romanzo è entrato nella cinquina dei finalisti del Campiello. Sconsigliato.


1 commento:

  1. Questo romanzo avrebbe dovuto essere esattamente "il mio genere", e così è stato, ma limitatamente.
    Quello che mi è piaciuto di meno è stato il finale.
    Sì, va bene, la morte era già scritta nel titolo e non ci si sarebbe potuti aspettare altro, però avrei preferito che fosse meno logica: il "chi la fa l'aspetti" è troppo da intento moraleggiante, da fiaba.
    Al penultimo capitolo, durante la caduta dalla bicicletta, avevo sperato che finisse in un altro modo, ma niente.
    Quello di Fontana mi è sembrato uno stile piuttosto pulito, tutto sommato apprezzabile; c'è anche da dire che l'ho letto dopo l'incontro con l'autore, per cui forse ho posto più l'attenzione su determinati passi, come le descrizioni di Milano.

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