domenica 7 settembre 2014

La gemella H - Giorgio Falco





Giorgio Falco ha scritto un romanzo piuttosto difficile da inquadrare. È sicuramente interessante per i temi che tratta e per il taglio che l'autore dà alla vicenda; forse è più valido per le riflessioni che solleva più che per il testo in sé, che non ho trovato particolarmente coinvolgente. La gemella H ha anche, a mio parere, qualche difetto stilistico molto penalizzante.

Il romanzo segue le vicende di una famiglia tedesca, gli Hinner, tra gli anni Trenta e tutto il secondo Novecento. Inizialmente vivono in una tranquilla cittadina bavarese, lontana dal chiasso e dal fermento dell'ascesa al potere di Hitler; ma naturalmente non è una comunità estranea a quel che sta succedendo nel paese. Hans Hinner, il padre, è il protagonista dell'ascesa sociale della famiglia ed è forse il miglior personaggio del romanzo. Hans è molto ambizioso, ha un vero intuito per gli affari e per ottenere il massimo da ogni situazione; collabora a un giornale locale e si fa subito notare per la sua intraprendenza. Trasformando il giornale in un veicolo perfetto per la propaganda nazista, Hans ottiene il rispetto e il benessere economico che inseguiva da una vita. Le due figlie di Hans, gemelle, sono le protagoniste designate da Giorgio Falco, le narratrici principali del romanzo; in particolare è attraverso Hilde, la gemella più sensibile e inquieta, che si viene a conoscenza di questa prima parte della vita della famiglia Hinner. La compromissione definitiva di Hans Hinner, la macchia indelebile che ogni lettore avrà di fronte agli occhi durante la lettura del romanzo, avviene in questo contesto: gli Hinner, nella loro corsa per un posto al sole nella loro comunità, acquistano ad un prezzo irrisorio, quasi un esproprio, la bella casa di una famiglia di ebrei. Per la storia è l'inizio della persecuzione ebraica, per il romanzo è il punto di non ritorno: l'affermarsi di quella volontà di prevaricazione cosciente o incosciente che sia, ma anche l'emergere di un forte individualismo, della famiglia come unico orizzonte possibile entro il quale vivere, organismo da proteggere e crescere, chiuso al mondo.

Valeva la pena secondo me spendere qualche parola in più per questa prima parte del romanzo, il seguito infatti si sviluppa in modo piuttosto lineare e compatto. Le due gemelle si trasferiscono a Merano con la madre malata; con la caduta del Terzo Reich anche il padre raggiunge la famiglia ed è costretto a reinventarsi. In seguito le gemelle Hilde e Helga cresceranno a Milano per poi gestire con il padre un albergo sulla riviera romagnola.

Il romanzo procede come una delle tante saghe famigliari, almeno apparentemente. In verità il peso della storia, del contesto storico, si fa sentire. Durante la lettura ci si accorge che manca qualcosa, qualcosa di atteso e importante: manca da parte dei protagonisti un giudizio sul passato, addirittura qualcuno potrebbe sentire la mancanza del senso di colpa e, perché no, della vergogna. La famiglia Hinner è cresciuta e ha prosperato non solo grazie allo spirito di intraprendenza che la contraddistingue, ma più concretamente con il denaro della propaganda nazista. Poi, con oculati investimenti, il padre ha permesso a Hilde e Helga di condurre una vita del tutto tranquilla, magari banale e monotona, ma senza scossoni. Hilde e Helga non si chiedono mai del loro passato, non interrogano il padre, non giudicano e non esaminano; sicuramente Hilde rappresenta una voce più critica e tormentata rispetto alla sorella Helga, ma non è sufficientemente forte per portare a una qualche svolta.

Il tema della responsabilità, sia del singolo individuo che di un'intera comunità, è certamente centrale in gran parte della letteratura che ruota attorno allo stesso periodo storico. Giorgio Falco invece opera un taglio netto che fa virare il testo verso un prospettiva sicuramente insolita e potenzialmente sconcertante. Nella famiglia Hinner non si parla del passato, mai. In verità non solo nella famiglia protagonista del romanzo avviene questa rimozione, è un'intera generazione che cerca un nuovo punto di inizio: l'unica dimensione a cui rivolgersi è il presente, a ciò che si può avere e ottenere in un paese che è certamente distrutto ma anche ricchissimo di possibilità tutte da sfruttare. In questo orizzonte i tedeschi si trasformeranno presto, nell'immaginario comune, in turisti dai sandali e calzini bianchi, ricchi e bonari clienti che riempiono gli alberghi italiani, come quelli che nel romanzo soggiornano dagli Hinner.

Ne La gemella H si mostra tutta l'elasticità dell'uomo, la sua capacità, alle volte agghiacciante, di ricominciare e dimenticare, ripartire senza accorgersi dei cambiamenti in atto; tutto questo viene esasperato dalla ricerca del benessere a tutti i costi. Giorgio Falco sembra suggerire che proprio in quel contesto storico particolare, sotto i regimi totalitari nazi-fascisti, siano nati gli imperativi dell'epoca moderna del consumismo e dell'individualismo. Emblematico è l'episodio dell'acquisto della prima automobile della famiglia Hinner, non un semplice veicolo ma un simbolo:

Opel, in attesa di Mercedes. Sarebbe stupido porsi un limite, se neppure conosciamo il futuro. Il costo di una Mercedes potrebbe essere perfino basso, in rapporto al domani. Una nuova casa. Una nuova cucina. Una nuova macchina. Avremo tutto ciò che meritiamo, amore, anche se non ci credi.

Sempre alla macchina, qui che viaggia su un'autostrada è legato il tema del crescente individualismo:

L'asfalto seziona i boschi, gli alberi dalla Opel Olympia sono estranei, non sono più i tronchi e i rami visti in bicicletta dalle strade laterali prima della costruzione della bicicletta; sono una rappresentazione, tronchi e rami qualunque, che non indicano tanto un luogo quanto una tappa mentale.
...
L'autostrada vive attraverso il parabrezza e i finestrini, Hans Hinner riconosce le impronte delle gemelle, i corpi fusi degli ultimi insetti sopravvissuti all'estate. […] L'unione dei segni familiari e l'accumulazione del paesaggio divengono espressione del vero volto, il progetto per il traffico individuale di massa.

Tutte queste suggestioni, che scatenano inevitabilmente durante la lettura, non sono direttamente trattate da Giorgio Falco. L'autore, si potrebbe dire, si accontenta di offrire una narrazione dei fatti, senza giudizio e senza calare ciò che viene narrato in un dibattito o in una riflessione che vada oltre. È particolare quindi il rapporto che si crea tra La gemella H e il lettore, che è portato a riflettere su ciò che, per assurdo, nel romanzo non c'è. Direi che il romanzo ha quindi più livelli di lettura: non tutto è immediato ma ci sono elementi che acquistano valore nel tempo, una volta arrivati in fondo. Il rischio è probabilmente quello di sovrinterpretare ciò che di fatto nel romanzo non c'è, e in parte credo di averlo fatto anche io in questa recensione. Il romanzo resta, a mio avviso, troppo ambiguo tra la messinscena di una banale e alle volte malinconica quotidianità, e un intento narrativo più ambizioso e profondo.

G. Falco, La gemella h, Einaudi 2014, pp. 351.
La gemella H ha comunque il pregio di non fornire verità scontate e giudizi gratuiti: Giorgio Falco è un autore che mette veramente al centro la narrazione. Si nota una certa freddezza nello stile e nel modo di tratteggiare personaggi; questo non mi è dispiaciuto affatto. I personaggi, in particolare le due gemelle protagoniste, restano figure sfuggenti, senza volto, funzionali al narrato e basta. Anche il tema del doppio non viene portato all'estremo e gli sviluppi delle vite di Hilde e Helga non seguono strade opposte o totalmente divergenti: non c'è, per fortuna, una gemella ''buona'' e una ''cattiva''. Hilde è la voce diversa, ma quanto è veramente diversa?

Giorgio Falco ha portato avanti un'operazione di sottrazione abbastanza consapevole e ben eseguita, finalizzata a raggiungere l'essenza del soggetto narrato. Giustamente è una narrazione priva di epicità, molto efficace quando si mantiene sui toni medi e fluidi che si addicono all'atmosfera del romanzo. Il problema sorge quando Giorgio Falco prova ad impreziosire la sua prosa con virtuosismi, espressioni metaforiche e vari artifici che gli sfuggono totalmente di mano creando un effetto pessimo. L'autore non mi pare che abbia saputo servirsi ad arte dei mezzi espressivi con cui avrebbe voluto colorare il testo.

Occorre fare un passo indietro. L'autore dimostra fin dalle prime righe di volersi adeguare ad uno stile che non saprei meglio definire se non come di gusto internazionale contemporaneo. C'è una ricerca intensa della fluidità del testo, frasi secche e spesso icastiche, un procedere apparentemente sommesso in cui l'autore è sempre pronto a spiazzare con accostamenti stridenti e cambiamenti repentini, un gioco continuo dei punti di vista, varietà di tecniche narrative impiegate, un senso di tempo sospeso e molto spazio al non detto... potrei andare avanti a lungo ma spero di aver reso l'idea di che cosa intenda per gusto internazionale contemporaneo.

Ho trovato che però in alcuni casi Giorgio Falco abbia abusato di questi espedienti o comunque non abbia saputo valorizzare il suo testo, correndo spesso il rischio di mortificarlo. In particolare ho trovato fuori luogo alcune inserzioni gratuite e goffe di espressioni metaforiche senza senso, vuote e grossolane. La ricerca della frase ad effetto è insopportabile, soprattutto in un romanzo come questo dove si dovrebbe invece lavorare molto di cesello per mantenere quell'essenzialità che è il suo punto forte.
Per darvi un esempio, ecco come descrive le commesse delle Rinascente:

Siamo tutte giovani, alcune di noi non cercano solo clienti, tastano gli oggetti per assumerne il medesimo splendore: sorridono, un sorriso spinto a tal punto da essere in competizione della merce, la fotosintesi, il movimento dei pianeti.

Allo stesso modo c'è un abuso di elenchi sterminati che alle volte hanno un senso: permettono di catalogare la realtà, sminuirla e scomporla in una serie di oggetti o fatti di poco conto; ma in molti casi è piuttosto una zavorra stilistica, una sorta di marchio di fabbrica da applicare qua e là. Lo stesso discorso si può fare per le innumerevoli frasi nominali, puramente descrittive, dei flash statici su oggetti e persone; anche queste fanno molto scrittore contemporaneo, l'abbiamo capita, ma dopo un po' diventano scoccianti. Già dall'incipit ci si può fare un'idea:

È l'inizio, l'istante in cui ricordare significa cancellare i tentativi precedenti, fagocitati dall'immagine definitiva, che rivive l'esistenza e assorbe tutte le altre possibilità, anche le dimenticanze serbate nella memoria: erba del primo mattino, foglie responsabili della penombra, sagome sudate a mezzogiorno, volto di donna quando finisce di intonare una canzone, gocce di sangue sulla neve fresca, il giorno in cui, per la prima volta, tratteniamo il respiro di fronte a un cesto di mirtilli, le vene gonfie del collo, quelle delle tempie in rilievo, per immaginare la nostra morte da bambini.

Io lo trovo esagerato.


Si ringrazia TrentinoTrasporti per avermi gentilmente "offerto"
almeno un paio d'ore di lettura, utilissime per finire libro.
Per concludere direi che La gemella H è un romanzo sicuramente interessante e unico. Ha raccolto una valanga di recensioni e critiche positive ed è giusto così, sicuramente ha il merito di far lavorare molto il lettore offrendo spunti e interrogativi piuttosto importanti. Non posso però ignorare l'impressione generale che mi ha dato, al netto delle riflessioni sul tema. È un romanzo che non mi ha entusiasmato durante la lettura e non è riuscito a catturare pienamente la mia attenzione. L'obiettivo ambizioso non è stato per me totalmente raggiunto. A questo fallimento contribuiscono decisamente gli scivoloni stilistici, troppi e davvero grossolani, e in generale una scrittura che non sempre sa trovare una cifra efficace.  

2 commenti:

  1. Recensione completa e attenta. Quindi i tuoi dubbi sul romanzo non riguardano anche quell'assenza di cui hai parlato? Ossia l'assenza di "pentimento" o "senso di colpa". Che poi tale mancanza non deve neanche stupire troppo, in realtà.
    L'incipit del romanzo l'ho trovato davvero pesante e spero che quello che venga dopo abbia più senso.

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    1. Esattamente, direi addirittura che è il pregio maggiore del romanzo. È vero che soprattutto da un punto di vista storico il sentimento di vergogna o pentimento non è necessario, non si può misurare sulle vite di ogni individuo; però credo sia innegabile che su questi temi, quando sono affrontati in un romanzo, spesso si senta la necessità di una presa di posizione forte e soprattutto una netta distinzione tra 'buoni' e 'cattivi'. In verità, come spiega in maniera divina Levi ne I sommersi e i salvati (capolavoro), le cose stanno in maniera diversa. Mi riferivo però soprattutto alla valanga di romanzi più o meno commerciali che escono sull'argomento ogni anno, perché si sa che è un tema che ha molta presa sul pubblico.

      Sull'incipit: sì, è decisamente fastidioso. Non tutto il romanzo è così, per fortuna!

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