giovedì 3 luglio 2014

Il mio Premio Strega 2014


E così siamo arrivati alla grande giornata dello Strega 2014. Quest'anno, un po' per caso e un po' per la solita curiosità verso questo chiacchieratissimo evento, ci sono caduto dentro con tutte le scarpe. Alla fine della fiera mi sono ritrovato ad aver letto, già da mesi a dire il vero, ben tre libri tra quelli che poi sono entrati in cinquina. Fiuto? Masochismo? Tutte e due le cose.




Adesso però non vorrei fare il solito articolo, il famigerato toto-strega, o lanciare una filippica contro il premio, le case editrici, le votazioni e tutti questi discorsi. La verità è che del premio in sé non me ne frega un'emerita mazza. Lo seguo con lo stesso spirito con cui mi sparo le serate di Sanremo e tutto il corollario salottiero dei giorni prima e dopo. Diciamo che a me va bene così com'è: un brutto spettacolo finto-culturale, che regala sempre dei momenti spassosi e delle polemiche succose in cui ci sguazzo senza ritegno! Ma queste cose preferisco tenerle per me.

Volevo invece fare il punto della situazione, a freddo, al netto delle polemiche e dei discorsoni del tipo 'se ti piace quello allora sei così, se ti piace quell'altro allora sei cosà'. Ma per favore! SENZA dire chi potrebbe vincere, chi dovrebbe vincere, chi dovrebbe perdere. Non ha senso, sarebbe un giochino e niente più. È chiaro che i romanzi che arrivano in fondo godono di una visibilità d'eccezione, quindi è abbastanza interessante capire che cosa effettivamente si è scelto di mettere in vetrina, di mettere in risalto e di esporre al dibattito che inevitabilmente si crea attorno. E tutto questo sotto la responsabilità delle case editrici, che scelgono di farsi rappresentare da un determinato autore.

Insomma, che cosa MI rimarrà dello Strega di quest'anno?

Prima di tutto preciso che non ho letto tutti e cinque i romanzi. Mi manca Non dirmi che hai paura di Catozella. Questo libro l'ho spesso incrociato in biblioteca, già in tempi non sospetti. Da quel che so la forza del romanzo risiede pressoché totalmente nella tragicità della storia vera narrata; la mia perplessità sta nel fatto che di solito questo genere di libri tende a sacrificare molto la componente letteraria alla ricerca di un realismo a tutti i costi, quasi documentaristico. Per questo motivo non mi ha attirato più di tanto. La cosa positiva è che la storia narrata ha un sapore internazionale, che di solito manca negli autori italiani. Non escludo di leggerlo più avanti.

Lisario o il piacere infinito delle donne è il romanzo di Antonella Cilento. Di solito dopo questa frase si aggiunge sempre “l'unica donna della cinquina”. È proprio necessario specificarlo tutte le volte? È un valore aggiunto per il romanzo? Comunque, il romanzo non l'ho letto e mi è difficile farmi un'idea. Io passo.




Il primissimo libro che ho letto a gennaio è stato Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo.

QUI la mia recensione.

Conservo un buon ricordo sia per qualità di scrittura che per come è strutturato il romanzo. Certamente non è nulla di rivoluzionario, non ha cambiato il panorama della letteratura italiana. Tutto sommato è un romanzo dignitoso, secondo me molto più sottile di quel che si potrebbe pensare ad una prima lettura. Anche il fatto che Piccolo abbia scelto di mischiare al romanzo degli elementi più saggistici io non lo trovo affatto un difetto, anzi! Chi l'ha detto che non si possa fare in un romanzo? A onor del vero devo anche dire che sarebbe stato bello se Piccolo fosse uscito dall'autobiografismo e avesse anche curato di più l'armonizzazione tra le varie componenti del libro. Ridurre il tutto al solito romanzo autobiografico di un uomo di sinistra frustrato mi sembra francamente esagerato e frutto di un pregiudizio.


Il padre infedele di Antonio Scurati è stato uno dei romanzi peggiori che io abbia letto quest'anno.

QUI la mia invettiva recensione.

Tra i romanzi dello Strega che ho letto questo è decisamente il più scarso sia per tema che per come è scritto. Scurati ha scritto un libro per vincere lo Strega, si vede lontano un chilometro (è un libro da premio, avete presente?); ha adottato un finto stile elaborato ed espressivo usato in modo maldestro. La storia ha a che fare con temi contemporanei come la paternità (quanti libri sono usciti del genere negli ultimi anni?!?!), le frustrazioni della quotidianità e l'impossibilità di realizzarsi. Il problema è l'atteggiamento verso questi temi: è un romanzo arrogante e pretenzioso, vuole essere a tutti i costi un manifesto generazionale invece di accontentarsi di raccontare una storia. Io credo che di un libro così non me ne faccio veramente niente. Da dimenticare.


L'ultimo romanzo della cinquina è La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro.

QUI la mia recensione.

Io credo fermamente che questo romanzo sia una colossale occasione sprecata: nella sua idea di fondo avrebbe potuto essere un testo veramente innovativo e interessante, ma purtroppo si sono infiltrati degli elementi che hanno sgretolato il progetto. Potete rigirarlo come volete ma alla fine il romanzo non è molto distante da una sterminata produzione italiana in cui si raccontano episodi della vita del protagonista dalla nascita alla morte, il tutto farcito di elementi autobiografici malcelati dietro la finzione romanzesca. Anche questo è un romanzo con al centro il disagio di un uomo, un disagio esistenziale, c'è conflitto tra l'indole del protagonista e il mondo spietato che lo circonda. Io avrei da ridire anche da un punto di vista stilistico, assolutamente non l'ho trovato sperimentale o esplosivo (leggete Francesco Maino e ne riparliamo). Non è tuttavia un libro malvagio, capisco perfettamente perché possa piacere, e almeno ha alimentato un po' il dibattito. Peccato che abbia sacrificato i temi più interessanti e di ampio respiro con orpelli da romanzo della memoria, da album di famiglia. Non rimpiango di averlo letto, ci può stare.

Alla fine noto che, almeno per i tre romanzi che ho letto, non vi siano differenze paurose per i temi trattati. Siamo sempre più o meno nello stesso campo, quello che cambia è il contesto storico in cui si pesca, ma sono sempre storie di uomini in disarmonia con il mondo in cui vivono. Nessuno dei tre mi ha convinto pienamente e non ho trovato qualcosa di veramente e profondamente innovativo, nemmeno in Pecoraro.

Non ci si riesce a staccare dall'esperienza personale o comunque a rielaborarla seriamente in un contesto romanzesco. Io vorrei vedere allo Strega testi dove ci sia più spazio per l'invezione, la finzione letteraria, che non siano così appiattiti sulla realtà ma che la indaghino da prospettive oblique, diverse e inaspettate!

Che cosa mi è rimasto quindi dei libri di questo Strega 2014?

Purtroppo devo dire molto poco. Peccato.


Tanto so già che l'anno prossimo, volente o nolente, ci ricascherò, perché imparare dai propri errori ... MAI.


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