sabato 24 maggio 2014

La vita in tempo di pace - Francesco Pecoraro


La vita in tempo di pace - Francesco Pecoraro
F. Pecoraro, La vita in tempo di pace

Francesco Pecoraro ha scritto un buon romanzo, traspare però un'ambizione ben più grande. Un progetto che voleva essere innovativo, che per quanto mi riguarda non è riuscito pienamente. La vita in tempo di pace sarebbe potuto essere il grande racconto epico o anti-epico contemporaneo italiano, ma non lo è.

La vita in tempo di pace è un romanzo che ha una struttura piuttosto importante e rigida. C'è una linea narrativa principale che si colloca temporalmente nel 2015 in cui l'ingegner Ivo Brandani, dopo alcuni sopralluoghi in Egitto per un grande progetto avveniristico di ricostruzione della barriera corallina, si deve imbarcare sul volo ce lo riporterà a Roma. Su questa linea narrativa si innestano come dei ricordi le altre sezioni del romanzo. Questi capitoli narrano alcuni degli episodi più significativi della vita dell'ingegnere. Un percorso a tappe nella sua memoria che curiosamente procede a ritroso: da uomo maturo a quando era bambino.

Il romanzo, come si può facilmente intuire, ha come unico centro focale Ivo. Non c'è una vera e propria trama, uno degli obiettivi di Pecoraro è sicuramente la costruzione totale, tessera dopo tessera, del personaggio. L'Ivo all'aeroporto nel 2015 è un uomo settantenne che si ritrova fare un bilancio molto amaro della sua vita; ma allo stesso tempo traspare l'intensità con cui Ivo ha vissuto tante esperienze che nel bene o nel male lo hanno forgiato.

Tra i momenti più emblematici citerei l'episodio della vacanza in barca con il capo: Ivo, allora giovane ingegnere, viene notato dal capo e, solleticato dalla possibilità di fare carriera e di ottenere successo e prestigio, accetta l'invito per un viaggio in barca dove verrà incastrato in un gioco erotico perverso. Quest'episodio, come molti altri, mette ben in luce la complessità del personaggio: la sua debolezza di fronte alle lusinghe di una vita più semplice, la tendenza a rinnegare i propri ideali ma anche la capacità di raddrizzarsi e tentare un'estrema difesa della propria coscienza. Non mancano poi episodi più intimi in cui Ivo si scontra con momenti profondamente tragici e personali; tra questi vi sono forse le pagine più intense del romanzo. Mi vengono in mente ad esempio le riflessioni sulla vecchiaia, sull'eredità fragile ed effimera che i propri antenati, i propri genitori e infine noi stessi lasciamo.

Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace,
Ponte alle Grazie 2013, 509 pp.
Attraverso questo recupero e questo viaggio interiore, non solo affiorano le contraddizioni e le inquietudini di Ivo, ma anche l'immagine di una realtà sociale contemporanea svilita di un mondo in declino. Il romanzo è marchiato da qualcosa che è più forte del rimpianto, c'è piuttosto il senso di un catastrofico pessimismo, a cui non partecipa solo Ivo ma tutta l'umanità. Tra i momenti più intensi e interessanti del romanzo vorrei ricordare i capitoli Monsone e Città di Dio, nel primo sopratutto viene descritta Roma colpita da un terribile nubifragio e minacciata dalle esondazioni. È un capitolo di grande impatto descrittivo, Pecoraro riesce inoltre a trasmettere perfettamente il senso di impotenza di un individuo di fronte alla macchina burocratica statale. Roma è una città di cartapesta dove la vita procede per inerzia. Roma diventa il simbolo del degrado non solo sociale ma anche delle devastazioni del progresso.

Per farla breve, tanto avrete già capito di che cosa si sta parlando, Ivo è un uomo che si scontra con un modello di vita tipicamente occidentale incarnato da uomini arrivisti, schiavi del successo e del denaro, votati al raggiungimento nel maggior profitto qui e ora, senza compromessi, scrupoli morali e preoccupazione per il futuro. Ivo è un personaggio che si sporca le mani, è anche lui contaminato, anche se nella sua vita ha talvolta provato delle forme di resistenza e la sua coscienza non si è mai del tutto sopita. Ora che il mondo lo ha risputato fuori, la narrazione di una vita dilaga e viene raccolta nel romanzo di Pecoraro.

Fin qui ho cercato di mostrarne il più possibile i lati positivi e le potenzialità. Purtroppo però La vita in tempo di pace è fragile sotto molti aspetti. Grattando sotto la superficie a me sembra un romanzo piuttosto tradizionale. Vorrei precisare, per quanto mi riguarda un romanzo si dovrebbe valutare più per il suo valore intrinseco, Il fatto che sia un'opera complessa e che ultimamente tra le uscite italiane più note non mi sembra che ci sia niente di altrettanto ambizioso, non ne fa necessariamente un capolavoro.

Tiro fuori subito quello che mi ha lasciato più perplesso e infastidito. Pecoraro ha avuto una trovata che probabilmente ritiene innovativa e geniale: gli episodi della vita di Ivo sono disposti a ritroso, quindi nella seconda metà del romanzo conosceremo meglio la sua giovinezza, l'infanzia e la sua famiglia. La mia sensazione è che, a prescindere dalla disposizione, siamo di fronte all'ennesimo romanzo italiano dove lo spettro dell'autobiografia è davvero troppo evidente. I vari episodi sembrano ogni tanto dei collage di aneddoti e ricordi dell'autore, senza una profonda rielaborazione che ne giustifichi l'utilizzo. La seconda parte del romanzo nei capitoli dedicati alla gioventù non ha senso di esistere. Non c'è bisogno di conoscere ogni minimo dettaglio della vita di un personaggio, ogni turba adolescenziale, ogni fidanzatina, ogni trasloco fatto da bambini. Io trovo questa una scelta poco interessante, un taglio biografico visto e rivisto, tanto che sembra quasi impossibile scrivere un romanzo che non tratti la parabola storica dal Dopoguerra a oggi, passando per gli anni della contestazione e l'avvento dell'epoca del consumismo. Pecoraro con La vita in tempo di pace, così come è concepito, è caduto con tutte le scarpe nel filone della letteratura nostalgica generazionale.

Pecoraro ambisce a scrivere un romanzo di gusto internazionale, come si legge nella quarta di copertina Delillo è un punto di riferimento, ma è riuscito nel suo intento?

Per Pecoraro e il suo personaggio il mondo contemporaneo è abitato da una massa di persone stupide, ciabattanti e indolenti; se da una parte quest'immagine è funzionale al pessimismo radicale del romanzo, dall'altra ho percepito un certo pregiudizio e una visone molto semplicistica della realtà. L'egocentrismo di Ivo maschera malamente l'egocentrismo dell'autore? Pecoraro non se lo può permettere, non ha la caratura del profeta, di un autore che veramente riesca a stigmatizzare la contemporaneità. Pecoraro non è Delillo, nemmeno per sbaglio. Non ha gli strumenti stilistici per fare della storia di Ivo l'epica italiana del XXI secolo. La vita in tempo di pace non riesce a fare quel salto da storia di un individuo a romanzo di un'epoca. Come insegna Delillo con suoi romanzi, anche per rappresentare una civiltà al tramonto bisogna dimostrare grande sensibilità per il mondo in declino stesso, saperne cogliere i sintomi, le peculiarità anche minime e, per assurdo, anche la struggente bellezza. Non lo so, per me Pecoraro ha proprio sbagliato punto di vista e tono. Anche se, bisogna ammetterlo, gli spunti interessanti non mancano affatto.


Non aiutano alcuni correttivi stilistici che dovrebbero dare un tocco più simbolico alla storia. Che Roma venga chiamata Città di Dio può andare perché in questo modo la città diventa un emblema; ma ricorrere a termini come Padre, Madre, Sorella Maggiore, Sorella Minore, Penisola, mi sembra un vezzo molto superficiale se non è supportato da una reale necessità o da un approccio molto diverso in tutto il resto del romanzo. Così come sono fastidiose le 'e' commerciali (&) che ogni tanto collegano due aggettivi. 

Inefficace è inoltre l'uso massiccio dei puntini di sospensione, che a mio parere non hanno alcun senso in quanto il ritmo della narrazione non ha particolari sbalzi o rallentamenti. Trovo che La vita in tempo di pace abbia proprio un problema di monotonia piuttosto evidente. Che Ivo pensi o che Pecoraro narri in terza persona, quasi non si avverte un cambiamento nella prosa; allora mi chiedo che senso abbia questo continuo e caotico passaggio tra monologhi e narrazione in terza persona. Capisco che questi siano dettagli molto soggettivi, ma davvero non mi convincono.

Un ultimo appunto. Sulla quarta di copertina si legge che La vita in tempo di pace racconta con una lingua imprevedibile e potente. Per quanto mi riguarda non ho travato la sua lingua né imprevedibile né potente. Non trovo per niente giusto affiancare Pecoraro a Fenoglio, tanto meno a Gadda. Non è che adesso per ogni romanzo che usi una lingua leggermente più complessa e ricca si debba per forza parlare di sperimentalismo. Non ho notato dei picchi espressivi degni di nota, pur riconoscendo a Pecoraro una certa ricercatezza. Niente di particolare, figuriamoci di sperimentale. Quattro parole difficili, accostate magari a parole triviali o basse, sinceramente non mi creano nessuno scompenso e nessuno stupore. Anche dal punto di vista linguistico non mi ha trasmesso quell'impetuosità e quel vortice di sensazioni tanto ricercati nel romanzo.


In conclusione La vita in tempo di pace non è un brutto libro ed è interessante il dibattito che può alimentare, gridare al miracolo mi sembra francamente eccessivo. Mi ha deluso molto. Un romanzo non è un manifesto di intenti, dovrebbe essere la perfetta realizzazione di questi.  


1 commento:

  1. Il prossimo mese Francesco Pecoraro sarà nella mia città a presentare il libro; non l'ho ancora letto e probabilmente non lo leggerò per quella data, ma sono curiosa di sapere quali elementi vorrà sottoporre all'attenzione del lettore.

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