lunedì 12 maggio 2014

Cartongesso - Francesco Maino








Appena ho cominciato a leggere Cartongesso non sapevo se sarei riuscito a finirlo. Basta aprirlo e darci una sbirciata per capire che non si tratta di una lettura facile: non ci sono paragrafi, capitoli, spazi e le pagine sono fitte fitte. Non lo nego, è un libro che inizialmente ti respinge. Ma inaspettatamente non è stato poi così arduo. Certemente Francesco Maino adotta una scrittura torrenziale e implacabile che richiede da parte del lettore concentrazione e fiducia.

Bisogna lasciarsi condurre nel mondo sottosopra di Michele Tessari. Michele si definisce un ometto: una persona irrisolta, inquieta ma paralizzata. È un avvocato, ma non di quelli alla moda con belle auto e ampi uffici, non è un pezzo grosso; difende infatti immigrati, nullatenenti, poveracci e sconfitti di ogni sorta, lavora ai margini della società. Non vive però la sua professione come una missione, non è una storia di pietà o pietismo. La sua professione è il punto di osservazione su una realtà sociale precipitata nel baratro, ma è anche riflesso di una condizione di malessere interiore totale. Michele Tessari soffre per altro di disturbi psichici, ha una vita soffocante, tra picchi di odio puro, di malinconica rassegnazione e catatonica accettazione. Cartongesso è il terribile affresco della provincia italiana o del Veneto o della nazione intera, ma allo stesso tempo è una confessione molto intima. L'unione di queste due dimensioni in un unico racconto è un grande punto di forza: Francesco Maino non sale su un pulpito, non divide buoni e cattivi da una posizione privilegiata ed esterna, non è una semplice invettiva, una denuncia fine a se stessa. C'è invece un'ottima tensione tra sguardo verso l'interno, verso il personaggio, e squarcio sulla realtà.

Che cosa c'è così terribile nella provincia italiana, nel Veneto orientale? La panoramica offerta da Maino non è per niente lusinghiera, ma cruda e perfetta: persone che vivono una non-vita perennemente all'inseguimento di un'illusione di felicità, schiavizzate dalla sete di potere e ricchezza, piegate a modelli di vita posticci e patinati. Pochi uomini che si sono conquistati un posto al sole, calpestando chi non ce l'ha fatta. Il deturpamento del suolo con gli spazi urbani che crescono senza controllo è il simbolo più efficace di una società che vive solo nel presente, di profitti immediati. Il cartongesso è il materiale che serve a creare finte strutture, spazi finti e precari: all'apparenza ha la solidità di un muro ... all'apparenza. Francesco Maino prende a pugni questo cartongesso, lo sbriciola. Riporta così all'essenza nuda, volgare e misera, un certo mondo che si regge su sovrastrutture splendide ma pericolanti, oltre che ingiuste. Ma dopo quest'opera di azzeramento non c'è nessun tipo di redenzione o di nuovo inizio. Cartongesso è un romanzo amaro e soffocante. Non c'è salvezza neppure per il protagonista, figuriamoci per il mondo in cui vive.

Si potrebbe andare avanti un bel po' nel ricordare tutti gli aspetti presi di mira dall'occhio critico e disperato dell'avvocato Michele Tessari, ma non sarebbe di certo utile. Quello che veramente emerge è la capacità di ricostruire un'atmosfera molto precisa, da lettore l'ho percepita in ogni piccolo episodio.



Torno adesso alla scrittura di Maino. È come ho già detto torrenziale, ma ha soprattutto un ritmo interno variabile davvero efficace. Ho apprezzato molto i cambi di intensità della narrazione: ci sono momenti più distesi e riflessivi, ci sono poi accelerazioni dove la scrittura si contorce o esonda in lunghissimi elenchi martellanti. Linguaggio alto e basso si avvicendano, le parole sono spesso rivisitate secondo espressioni dialettali, non portano solo il loro significato usuale ma si caricano di connotati culturali specifici e concreti. Tutto questo non risulta però artificioso, anzi, c'è grande naturalezza. A proposito, sono molto contento perché in Cartongesso la naturalezza non significa per forza semplicità, c'è spazio per ingegno e intelligenza, non parla solo lo stomaco. Una scrittura che forza la mano con consapevolezza e mai per vezzo esteriore. 


Io consiglio di leggerlo come un lungo monologo appassionato, in effetti lo vedrei bene rappresentato a teatro con i dovuti tagli. Questo è probabilmente il motivo per cui ho apprezzato molto il ritmo sferzante. 


Insomma, altro che cartongesso, Francesco Maino ha costruito il suo primo romanzo con il cemento armato! Capisco però che ad alcuni possa risultare poco digeribile. Come la scrittura, anche il modo di procedere della narrazione è piuttosto tormentato: episodi del passato e del presente si susseguono, un tema ne richiama un altro in una catena lunghissima, si rimpallano e mettono in luce aspetti sempre nuovi. Del resto, l'avrete capito, non c'è una trama, uno sviluppo lineare. Ma state tranquilli, Maino ha tutto sotto controllo. 


L'analisi dell'era contemporanea del cartongesso, di tutta la realtà italiana che a mio parere è sottesa, è efficace e non è effimera o superficiale. Il rischio di una sterile critica alla società contemporanea è a mio avviso scongiurato dal punto di vista dilagante del protagonista. La sensibilità narrativa dell'autore mi fa ben sperare che questo romanzo non sia così schiacciato sul presente da risultare troppo presto inattuale. Del resto il territorio e la società italiana sono davvero pieni di cicatrici, fisiche e non, che non accennano a guarire. 


Non ci resta che aspettare una seconda opera di Francesco Maino per capire meglio di che pasta sia fatto veramente questo scrittore. Ricordo che con Cartongesso Maino ha vinto il Premio Italo Calvino 2013.

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