domenica 6 aprile 2014

Collezione marzo 2014




Vi capita mai di sentire di aver letto dei libri nel momento sbagliato e nel modo sbagliato? Questo mese ho provato spesso questa sensazione con romanzi di indubbio valore, che però mi sono scivolati addosso senza lasciare grandi segni. Sarà la primavera, che nel mio caso è sinonimo di allergia a tutto, forse anche alla letteratura! Tra una grande delusione e qualche lettura piacevole e valida, vediamo cosa ho letto...


Comincio con Augustus di John Williams. Un romanzo ben scritto ma non eccezionale, indicato soprattutto a chi voglia godere di una particolare ambientazione romana senza avere grandi conoscenze di quel periodo storico. Ne ho parlato abbondantemente → QUI.





Un altro autore conosciuto dall'universo mondo di cui ho avuto modo di leggere qualcosina è Ian McEwan con Chesil Beach. Si tratta di un romanzo moto breve ma decisamente ben congegnato. In un continuo passaggio tra passato e presente si mette in luce la natura dei due giovani sposi e la complessità della loro relazione sentimentale, apparentemente idilliaca. Colpisce soprattutto la ricchezza di sfumature nel descrivere e mettere a confronto le idee dei protagonisti, le loro inibizioni, le loro emozioni, grazie a un efficace gioco tra il detto e il non detto, tra memoria e presente. Chesil Beach va letto con una certa calma, non richiede di schierarsi con uno dei due protagonisti, la ragione non risiede da nessuna parte. La logica e il senso di convenienza si sgretolano di fronte alla necessità di Edward e Florence di vivere fino in fondo la propria individualità. Sia per i temi, che per la splendida scrittura musicale di McEwan, questo piccolo romanzo è assolutamente consigliato.


Parlando di facilità (e felicità) di scrittura ho letto Andorra di Peter Cameron. Questo romanzo è arrivato solo recentemente in Italia anche se in realtà è stato uno dei primi pubblicati dall'autore nel suo paese. Una narrazione solida e molto piacevole, a tratti sorprendente. È un romanzo dignitoso, senza grandi pretese, e va benissimo così! Ci vorrebbero molti più romanzi di questo tipo. Anche di Andorra vi propongo una presentazione più dettagliata QUI.




Come ogni mese, cerco anche di infilare qualche classico delle letteratura italiana, scelti più o meno a sentimento (o sono loro a scegliere me quando me li ritrovo in mano per caso?). A marzo è toccato per primo a Luigi Pirandello con Uno, nessuno e centomila. Dell'autore avevo letto al liceo 'Il fu Mattia Pascal' che mi aveva molto affascinato. Con questo romanzo non è purtroppo successa la stessa cosa, probabilmente ho proprio sbagliato il momento. Ho fatto l'errore di leggerlo in contemporanea a duemila altri libri quando invece merita maggiore attenzione. Non mi metterò di certo a farne un riassunto o robe del genere, sarebbe ridicolo, vorrei però rassicurare chi vorrebbe provare a leggere questo testo ma ne è un po' intimorito. Sicuramente ha una struttura molto particolare e poco confortevole: la divisione in capitoli e la suddivisione dei vari episodi che compongono l'indagine di Vitangelo Moscarda sulla sua identità può facilmente disorientare. È facile perdere il filo del discorso, soprattutto se si legge discontinuamente. Tuttavia Pirandello riesce a trattare argomenti molto complessi, come il tema dell'identità, con grande leggerezza e umorismo. Non ci propone un saggio sistematico e rigoroso di stampo filosofico! Direi che per una prima lettura ci si possa anche accontentare di gustare le situazioni assurde e rocambolesche in cui si caccia il protagonista, dalla scoperta dell'imperfezione del suo naso in poi. Da rileggere.


Un romanzo decisamente più accessibile ma altrettanto importante è La casa in collina di Cesare Pavese. Corrado è un professore torinese che sceglie di rifugiarsi in collina e di non partecipare, in seguito all'armistizio dell'8 settembre del 43, all'attività partigiana, Vivendo nel terrore dei rastrellamenti è costretto però a confrontarsi con chi invece ha scelto di agire, ha preso una posizione e lotta per i propri ideali a costo della vita. Pavese non realizza un affresco dettagliato sulla Resistenza, ma si concentra sulla reazione ad evento catastrofico come la guerra, specie la guerra civile, di un unico individuo. È un romanzo costruito su riflessioni e impressioni più che sugli eventi. Ciò che rende assolutamente atipico e originale questo romanzo è il protagonista che ricerca un suo equilibrio in un contesto devastato in cui, per una certa idealizzazione contemporanea, si richiederebbe invece eroismo e sacrificio. 'La casa in collina' è un romanzo che destabilizza e rimescola le carte, non ricalca un'immagine già consolidata del periodo storico, ma restituisce in pieno lo smarrimento di ogni uomo di fronte a eventi così drammatici. Assolutamente da leggere, magari accompagnato a qualche altro romanzo più propriamente resistenziale.


Arrivo ora al punto dolente, alla lettura più sciagurata di marzo. Ho letto Rumore bianco, classico americano scritto da Don Delillo. Allora, dico subito che con questo autore non riesco proprio a trovare un punto d'incontro. Ho letto in passato Cosmopolis e Punto Omega, due suoi romanzi più brevi, e mi hanno lasciato piuttosto indifferente, se non addirittura indispettito. Non contento ho voluto dare una terza possibilità optando per un suo romanzo più corposo.
Rumore bianco è costruito con una netta divisione tra una prima e una seconda parte. Nella prima si segue la vita quotidiana di un professore universitario specializzato in studi hitleriani e la sua eccentrica famiglia. Nella seconda parte, a seguito di un evento catastrofico, il professore e la sua famiglia devono affrontare l'angoscia e la paura della morte e cercheranno un modo per eliminarla.
Vedendo il riassunto sembrerebbe anche un romanzo interessante, dai tanti temi possibili. E invece no. È stata una lettura estenuante, ogni pagina che leggevo era come un mattone che si frapponeva tra me e DeLillo. Pur informandomi di qua e di là sulle sue intenzioni letterarie e stilistiche, non riesco proprio a non trovare lo stile di DeLillo eccessivamente manierista e finalizzato all'autocompiacimento. Va bene che in Rumore bianco si voglia mettere in evidenza come l'uomo americano sia immerso in un mare di input e informazioni spesso contraddittori, vuoti, ansiogeni, ma il rischio è che l'intero romanzo non sia altro che 'rumore bianco' puramente trascurabile. Dialoghi inconcludenti, vezzi descrittivi fastidiosi e privi di qualsiasi significato, struttura farraginosa. Sembra quasi un collage di episodi, frasi e immagini che presi singolarmente hanno un certo impatto ma che, scavando un po' sotto la superficie, sono … fuffa. Perché ad esempio il protagonista sia uno studioso di Hitler, e cosa questo comporti nell'economia del romanzo, è un dato non pervenuto (perché è strano e fa figo? Perché è 'scomodo'?), di dettagli simili se ne potrebbero citare a palate.

Probabilmente devo ancora trovare la chiave di lettura adeguata per mettere insieme questo puzzle che avrei volentieri evitato di fare. Ho deciso di concedergli ancora una possibilità e punto direttamente a leggere il suo capolavoro Underworld, ma questo avverrà probabilmente tra molto molto tempo, tipo tra vent'anni. Addio DeLillo, per ora riposa in pace.


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