domenica 12 gennaio 2014

Livelli di vita – Julian Barnes


Non voglio proporre una recensione vera e propria per un semplice motivo: il libro non mi è piaciuto e l'ho rimosso in fretta, una lettura a mio parere piuttosto insignificante. Ma dato che è un'ultima uscita che ingolosisce molti, un'opinione in più non credo faccia male!

Livelli di vita è un trittico, tre sezioni differenti, forse tre racconti ? Non l'ho capito. I primi due trattano di alcuni pionieri dell'aria, uomini dell'Ottocento che a bordo di aerostati e cosine del genere, per la prima volta nella storia dell'uomo, hanno l'incredibile emozione di vedere il mondo da un prospettiva diversa. Vabbé, che il volo abbia infiniti connotati metaforici lo sapevano i Greci mille mila anni fa: il progresso, l'ambizione, il rischio di volare troppo in alto …

Il primo di questi racconti è una narrazione scarna, quasi saggistica, o meglio wikipedistica, della vita di personaggi veramente esistiti, come il militare inglese e esploratore Fred Barnaby, l'attrice Sarah Bernhardt. Più interessante il ritratto di Nadar, celebre fotografo (pioniere delle fotografie aeree appunto) e legato alla corrente impressionista. Con tutto questo materiale cosa è riuscito a fare Barnes? Niente! Un'esposizione, una ricerchina.

E con il primo racconto si spiega la fighissima (come sempre) copertina Einaudi, minimal!

Nella seconda parte ritornano due personaggi, Fred e Sarah. E leggiamo di questi due che flirtano a tutto spiano. E giù con i cliché della donna in cerca dell'avventura e dell'uomo vissuto e ombroso.
Un piccola perla in proposito:



Io sono, io sono, io sono. Ma vi sembra che un personaggio debba passare la maggio parte del tempo ad autodefinirsi? Dovrebbe essere compito dello scrittore far capire al lettore le caratteristiche del suo personaggio. Siamo all'ABC del manuale dello scrittore, ma per favore!
E qui concludo su questo dialogo degno di un harmony...

Veniamo al motivo della mia difficoltà a parlare di questo libro. La terza parte è infatti decisamente più emozionante, Barnes racconta il suo lutto dopo la perdita della moglie. Per carità, qui si toccano temi forti che non possono non sconvolgere. Non mi è sfuggito che Barnes cerchi di legare questo racconto-confessione con quelli precedenti, ma sono tentativi goffi e poco incisivi. Che sia io insensibile?

Il risultato finale è un libro raffazzonato, i legami non reggono e come un pallone aerostatico scappa via, si perde.

Davvero, non vale la pena leggerlo, orientatevi piuttosto su Il senso di una fine, che comunque non mi ha entusiasmato.


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